AVVERTENZE PER GENI

RIVISTA DI CONSIDERAZIONI CULTURALI DIRETTE A PERSONE IN GRADO DI LEGGERLE

L’ANDATURA INCERTA DI ARTEMIDE

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di Stefania Fabri  ©

Il libro di Roberta Mazzanti “Sotto la pelle dell’orsa”[1] è molto coinvolgente e non solo per i suoi contenuti, il rapporto con la bellezza e con la madre, ma anche per la sua scrittura ricca di emozioni e di allusioni, per il riferimento alle convinzioni di una generazione di ragazze degli anni Settanta, a contenuti culturali profondi che fa bene a tutti ricordare e riapprofondire.

Il primo racconto autobiografico di questa pubblicazione, come l’autrice stessa ricorda, è nato all’interno del progetto INTHEBOX[2]. Nella mostra delle opere, era presente nella sezione ‘Mondi’ con una bella scatola di legno tutta rivestita di una sorta di pelliccia, tappezzata all’interno con foto sia di modelle, sia di simboli androgini, e contenente un libretto autoprodotto, uno specchio delle mie brame, una crema di Azazello, una maschera da strega piena di rughe e verruche, una crema anti-age, un mazzetto di rose appassite. “Nel creare la propria box creativa ciascuno ha ragionato con la propria espressività su un ‘mondo’, vale a dire sulla specificità di un determinato contesto illusorio o reale, sui ‘segreti’ o sui ‘sogni’ come possibilità per la mente di cercare nuove piste, sulle ‘memorie’ personali e collettive.”[3].

Roberta Mazzanti rievoca se stessa come figlia della Bella Addormentata, dove il prezzo da pagare per la bellezza è un sonno mortifero, e però anche come seguace del mito di Artemide, che racconta di “una giovinetta slanciata di passo svelto”[4], il cui fascino lunare non è inquinato dalla compiacenza nei confronti dell’umano, soprattutto maschile. E qui potremmo anche citare il mito dell’antica Selene, che precede quello di Artemide e che rappresenta in qualche modo il ribaltamento della Bella Addormentata. La dea della luna sceglie di addormentare il bel Endimione e di osservarlo di nascosto in una grotta. Mai ci fu ideale meno compiacente nei confronti del ‘maschilismo’, anche se sottovalutato dalla ‘meglio gioventù’, di quello della ‘ragazza Artemide’. Ma Roberta Mazzanti nel suo percorso di conoscenza è costretta a scoprire che Artemide non è solo un’adolescente ardimentosa e ribelle, ma una dea impavida e guerriera che richiede un’aliena consapevolezza della propria forza, una pericolosa “signora delle Bestie”, “la patrona di Amazzoni e ninfe”[5], che cerca una rivincita sulle divinità ‘maschili’ tenendosi stretta alla natura e alle sue forze misteriose. “Sotto la pelle dell’Orsa” quindi esplora al femminile vari territori, come quello del mito, o quello fiabesco.

D’altra parte, aggiungo io, non poteva non essere così: la bellezza è sempre stata al centro del racconto fiabesco. Una bellezza, come ci ha ricordato il bel film di Garrone, che si è riletto “Lo cunto de li cunti”, che suscita invidia e gelosia anche tra sorelle come avviene in maniera crudele ne “La vecchia scorticata”. Ma è anche fonte di un contrastato rapporto con l’ideale maschile come succede ne “Il compagno di viaggio” di Andersen, dove la troppo bella uccide i suoi pretendenti. O ancora in “Piuma d’oro” di Luigi Capuana, in cui la bellezza è fonte di arroganza e irriverenza e provoca guai alla principessa troppo viziata dai suoi genitori.

Ed è proprio questo scompenso tra l’immaginario adolescenziale, che consentiva di creare un equilibrio basato sulla ribellione, e quello della maturità, con la sua troppa indulgenza, che tende a suscitare problemi più difficili da affrontare. Rievocando ‘l’andatura incerta’ della poesia della Dickinson ci viene raccontato di quella paura di camminare che si palesa a trent’anni e di quel dialogo immaginario con la madre che diventa un modo per riabilitare ‘l’interno con l’esterno’. Indubbiamente, pur avendo attraversato vicende diverse, ogni ex ragazzina ricorda di aver fatto i conti con la figura materna: a sedici anni per esempio io ho scritto una poesia velenosa, il cui titolo recitava “Non parlare più”, dedicata a mia madre, verso cui più tardi avrei avuto un ruolo protettivo e materno nella sua fanciullezza di anziana. Ci si sente colpevoli ad essere se stessi: questa è la grande lezione, che Roberta Mazzanti ha dovuto affrontare e che ci racconta con tanta finezza di analisi.

La scoperta che la scrittura può essere salvifica porta Roberta Mazzanti a dire: “E accetto una serena interdipendenza che non scioglierò mai, basata su differenze che mi sono sempre più evidenti e somiglianze che mi sorprendono sempre meno. Nella scrittura sono più facile da confessare: qualcosa fluisce più liberamente, perché svincolata da un imperativo che era (è ancora?) al tempo stesso viscerale e politico, quello di essere – o perlomeno diventare – dissimili dalla madre.”[6] La sfida principale a tal fine è quella di catturare ‘quella cosa viva’ di cui parla anche Elena Ferrante (in “La frantumaglia”[7]) che sta muta dentro di noi fino a quando non la scateniamo.

E forse la lezione da imparare l’aveva descritta Elsa Morante: “il fuoco e lo splendore di cui rivestiamo la persona amata a noi paiono una sua virtù, non già un nostro inganno.”[8] E Roberta Mazzanti a questo proposito dice: “Per me, l’Angelo della casa era un fantasma che mi precedeva e m’invitava a farmi carico di tutto e tutti: come faceva lei, ho scoperto in seguito. Una presenza inquietante, e la strada che additava era pericolosa”[9].

Ma per fortuna il tempo, la cultura, l’analisi hanno scoperto quel ‘doppio sguardo’ che consente di vedersi oggettivandosi e la generazione femminile dei ‘baby boomers’[10], pagando i suoi prezzi, ha imparato a farlo.

 

 

[1] Roberta Mazzanti, Sotto la pelle dell’orsa, Roma, Iacobelli editore, 2015.

[2] Mostra a cura di Maurizio Caminito e Stefania Fabri, in collaborazione con PTS Art’s Factory e Lanificio 159.

[3] Dal catalogo della mostra realizzata al Lanificio 159 nel maggio 2013.

[4] in op. cit. p. 13

[5] in op. cit p. 19.

[6] in op. cit. p. 41

[7] Elena Ferrante, La frantumaglia, edizioni e/o, Roma, 2003-2007, p.68

[8] Elsa Morante, Menzogna e sortilegio, Torino, Einaudi, 1962, p. 24.

[9] in Sotto la pelle dell’orsa, p. 48-49.

[10] Cfr. Baby boomers, Firenze, Giunti 2003, curato da Rosi Braidotti, Serena Sapegno, Annamaria Tagliavini e da Roberta Mazzanti

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