AVVERTENZE PER GENI

RIVISTA DI CONSIDERAZIONI CULTURALI DIRETTE A PERSONE IN GRADO DI LEGGERLE

IL RAFFREDDAMENTO DEL PIANETA OVVERO L’IO SENZA CERVELLO

nebulosa dell'aquila

di Stefania Fabri ©

Non avvertite che tutto sta cambiando e che nello stesso tempo non c’è niente che non venga frainteso? Ancora non siamo consapevoli di quello che ha scoperto Einstein sullo spazio e cioè che “non è una scatola inerte, bensì qualcosa di dinamico: una specie di immenso mollusco mobile in cui siamo immersi, che si può comprimere e storcere”[1]. Solo che adesso ce lo dice il telescopio Hubble, non è più una geniale intuizione di uno scienziato fuori dal comune e quindi mi pare chiaro che non abbiamo ancora capito le cose fondamentali, né sull’universo, né sul funzionamento del nostro cervello.

Il raffreddamento del pianeta è un’idea di Bauman che nulla a che vedere con la fisica ma è stranamente in sintonia. Dice infatti Bauman: “la freddezza nei confronti degli ‘stranieri che sono fra noi’, gli alieni che diventano vicini e i vicini trasformati in alieni, segnala un abbassamento della temperatura in tutte le relazioni umane”[2].  E se abbiamo nel cervello cento miliardi di neuroni, tanti quanti le stelle di una galassia, non abbiamo però la coscienza di questa responsabilità e continuiamo a comportarci in maniera più stupida dei delfini e degli elefanti, notoriamente piuttosto intelligenti. Come dice Carlo Revelli: “Siamo forse la sola specie sulla Terra consapevole dell’inevitabilità della nostra morte individuale” ma questa consapevolezza ci rende anche cinicamente distruttivi.

Sempre da Bauman ricaviamo la consapevolezza che il circolare di tesi quali “la fine dell’ideologia”, “la fine delle grandi narrazioni”, e anche “la
fine della storia”, non abbia prodotto che un ennesimo tentativo di autogiustificare l’egoismo fine a se stesso e la totale autoreferenzialità  delle classi dirigenti. “L’annuncio della ‘fine dell’ideologia’ è per i commentatori sociali una dichiarazione d’intenti più che una descrizione delle cose così come sono: niente più critiche del modo in cui sono fatte le cose, niente più giudizi e censure del mondo mediante il confronto del suo stato attuale con un tipo migliore di società. L’intera teoria e pratica critica sarà d’ora in poi frammentata, deregolamentata, autoreferenziale, straordinaria ed episodica, come la stessa vita postmoderna.”[3] Purtroppo quanto preconizzato da Bauman è diventato una realtà palpabile: ora persino i giornali invece che fare informazione si gettano sulla battuta trash stile facebook che per l’effetto dilagante che produce ti fa sentire un genio della comunicazione. L’aggressione verbale, lo sfogo violento diventano più facili fino alla possibilità di trasferirsi nella realtà.

Il paradosso attuale è che più cresce la conoscenza scientifica più siamo indifferenti alle conseguenze del nostro comportamento, esattamente il contrario di quello che dovremmo fare.

Sulla scoperta dei ‘neuroni specchio’ Peter Brook, il noto regista teatrale inglese, ha ironizzato dicendo che il teatro ne ha sempre avuto la consapevolezza, perché così si crea quella sintonia tra il pubblico e la scena che va oltre ogni barriera linguistica e culturale. Il problema della corrispondenza, cioè il fatto di poter fare qualcosa che abbiamo visto eseguire da altri come si pone quando l’esperienza non è più diretta? Che cosa succede per quelle generazioni che di esperienze dirette ne faranno poche ma avranno a disposizioni montagne di dati da consultare on line?  Ne “La mente virtuale”[4], Giulio de Martino, partendo da Baudrillard, immagina che a causa del cosiddetto “effetto Hamelin” avremo non più bambini ma esseri post-umani che impersonano bambini: si svilupperebbe così una fame di gadget che alludono a una qualche realtà non raggiungibile fisicamente. E allora, aggiungo io, quel ‘so che fai’ del cervello[5], guidato dai neuroni-specchio, non potrebbe diventare un processo anomalo, deviato dal fatto che mancherebbe sempre di più l’esperienza diretta? Potrebbe succedere che per mancanza di esperienze dal vivo arriveremo al punto del cosiddetto ‘paziente B’, che a causa delle lesioni all’insula non aveva più la capacità del disgusto e “si alimentava in maniera indiscriminata, ingoiando persino cose assolutamente immangiabili”?[6]

In “L’Io come cervello”[7] Patricia Churchland  ci racconta che quel mitico medico greco che corrisponde al nome di Ippocrate già riteneva il cervello alla base di tutti i nostri pensieri, sentimenti, idee. Essendo un medico avrà osservato come certe menomazioni provocavano determinati comportamenti.  Con Platone però si apre il percorso al dualismo di anima e corpo. Ma ci ricorda la Churchland che anche sensazioni ‘miracolose’ nascono dalla capacità del cervello di produrre oppioidi endogeni che danno sensazioni di euforia e persino possibilità di visioni ‘metafisiche’.  E anche quella faccenda del tunnel che uno vedrebbe prima di morire non sarebbe che l’effetto della pressione bassa. Ma la cosa più sconvolgente che scopriremo leggendo le ricerche della neurofilosofia è che pure il moscerino della frutta dorme e forse sogna. Freud modernamente concepì che per la percezione sensoriale non è necessario il pensiero conscio, ma poi, secondo la Churchland, il linguaggio non è tutto per la percezione umana, ci sono anche ‘pensieri grezzi’ utili a fare cose semplici tipo una minestra. Le basi della coscienza si troverebbero in tutti i mammiferi. Cervello conscio e inconscio, (questa è la novità che va oltre Freud) sono integrati quindi. E si arriva a questa straordinaria affermazione: il consolidamento della memoria si attiva durante il sonno e perciò pure al moscerino della frutta fa comodo sognare. Insomma sull’anima la neurofilosofa americana dice: “Che tipo di anima potrebbe essere, dal momento che memoria, abilità, conoscenza, temperamento e sensibilità sembrano tutti dipendere dall’attività dei neuroni del cervello?”[8]. Perciò addio anima!  Ne consegue che coltivare il proprio cervello è l’unica sopravvivenza possibile e che un io’ senza cervello’ è uno spreco totale.

[1] Carlo Revelli “Sette brevi lezioni di fisica” ,Milano, Adelphi, 2014, p. 50

[2] Zygmunt Bauman, “La solitudine del cittadino globale” Milano, Feltrinelli, V edizione (la I è del 2000)p. 60.

[3] Zygmunt Bauman, La solitudine del cittadino globale, p. 130.

[4] Giulio De Martino, “La mente virtuale”, Roma, Iacobelli editore, 2015

[5] Giacomo Rizzolatti, Corrado Sinigaglia “So quel che fai”, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2006.

[6] Ibid. p. 173.

[7] Patricia S. Churchland “L’io come cervello”, Milano, Raffaello Cortina editore, 2014.

[8] in op. cit. p. 269.

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 31, 2015 da in letture.
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