AVVERTENZE PER GENI

RIVISTA DI CONSIDERAZIONI CULTURALI DIRETTE A PERSONE IN GRADO DI LEGGERLE

ALESSANDRO PANZETTI FORME INVERSE #2 I testi del catalogo

locandina web 

ACCADEMIA RAFFAELLO- URBINO

CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI “URBINO E LA PROSPETTIVA”

ALESSANDRO PANZETTI

FORME INVERSE # 2  5-27 SETTEMBRE 2015 

a cura di Maurizio Caminito e Stefania Fabri

URBINO BOTTEGA DI GIOVANNI SANTI

 

Introduzione di Alessandro Panzetti

Da quando ho finalmente del tempo a disposizione, ho ritrovato il bandolo della matassa della mia ricerca apparentemente interrotta più di trent’anni fa, ma in realtà sempre viva anche se caratterizzata da esperienze più o meno saltuarie e occasionali. Per farla breve, rivisitando la mia attività creativa, ho notato che il nucleo centrale d’interesse è sempre stato quello di speculare sui linguaggi (grafico, architettonico, musicale, cinematografico, gestuale) andando ad intervenire sul codice, sulla grammatica sperimentando e verificando gli effetti in fase di lettura-decodifica. Mi ha sempre affascinato l’ambiguità del segno e la molteplicità d’interpretazione che il segno stesso può generare.

L’anamorfosi prospettica è emblematica in questo senso: basta portare, in fase di codifica, il quadro prospettico non ortogonale all’asse del cono visivo avente per vertice l’osservatore, che in fase di lettura-decodifica l’osservatore-fruitore risulti ingannato, disorientato. Gli studi realizzati sull’uso rovescio della geometria descrittiva mi sono serviti non per descrivere banalmente un oggetto tridimensionale semplificandone la lettura, ma, al contrario, per evidenziare la molteplicità d’interpretazione di un segno bidimensionale se considerato proiezione su un piano di una figura tridimensionale… tutto ciò per me ha un significato metaforico appassionante.

Poter presentare questa mostra nello spazio della Casa di Raffaello grazie all’attenzione critica e il significativo apprezzamento estetico-cognitivo dell’architetto Gianni Volpe, amico dai tempi in cui si condividevano gli studi universitari, è per me un evento prezioso e di grande interesse artistico e scientifico. 

 

anamorfosi tetraprospettica

La lente, lo specchio, l’ombra e il teatro, ovvero la costruzione delle Macchine Anamorfiche di Alessandro Panzetti

di Maurizio Caminito

 Nel Rinascimento, o nel caso dei virtuosismi prospettici manieristi e barocchi, la tecnica dell’anamorfismo era usata per nascondere significati riservati solo a pochi iniziati. L’accento in quel caso era posto sull’illusione, su un ordine che manifestava, e allo stesso tempo nascondeva ambiguamente, una componente surreale e a volte esoterica.

Le macchine anamorfiche di Alessandro Panzetti operano un ribaltamento di questa perspective curieuse (mai termine fu più giusto!). L’intento di Panzetti, infatti, è quello di proiettare figure piane nello spazio e non di rinchiudere la rappresentazione di un paesaggio immaginario entro i confini di una tela. Il suo obiettivo si discosta dal creare un’illusione ottica o di rappresentare uno spazio della finzione, come accade nei trompe l’oeil dei secoli passati, o di celare un’immagine criptata, come nelle anamorfosi Cinque-Seicentesche, ma, al contrario, è quello di invadere lo spazio tridimensionale rivelando l’ambiente fisico dell’architettura piuttosto che creandone uno illusorio.

Lo scopo principale delle opere diventa così la ricostruzione (e lo svelamento) dell’ordine, del pensiero, delle forze che hanno determinato un certo sviluppo della forma.

In altre parole, le forze “invisibili” sono quelle dettate dall’ordine matematico e geometrico, che diventano “visibili” nel dispiegarsi nello spazio delle strutture e delle masse architettoniche, rivelando un ordine in grado di regolare e determinare l’influenza della figura geometrica sulla materia. Le sue istallazioni hanno come denominatore comune la proiezione di figure geometriche semplici – figure quadrate, triangolari o circolari – osservabili da un preciso punto di vista (il punctum optimum) e da posizioni precise nello spazio.

Un ritmo e una geometria che, nel corso del tempo, attraverso il movimento dell’osservatore, si scompongono e danno luogo a una narrazione, a un racconto teatrale.

 

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A proposito di anamorfosi e del ‘Visto abbastanza’

di Stefania Fabri

Rimbaud in una delle sue poesie sulla Città, intitolata “Partenza” parla della visione in un modo che sembra ben attagliarsi alla tematica che stiamo affrontando, ma non solo, ci illumina anche sul significato che Alessandro Panzetti dà alle sue macchine anamorfiche, che non sono per lui solo costruzioni ingegnose, ma contengono nella sua ricerca un significato allegorico profondo, che lo porta a credere che anche i sogni siano una sorta di anamorfosi in quanto proiezioni inconsce.

Rimbaud dice: “Visto abbastanza. La visione s’è ritrovata in tutte le atmosfere. / Visto abbastanza. Rumori delle città, di sera, e col sole, e sempre/ Conosciuto abbastanza. Le cose che fermano la vita. – Suoni e Visioni! / Partenza in un affetto e in un rumore nuovi.”

In quel ‘Visto abbastanza’ ci troviamo la sintesi di una visione multipla che conferma al poeta ‘le cose che fermano la vita’ e che quindi ci costringono a uno spaesamento, a ritrovare ‘tutte le atmosfere’, a disconoscere l’effettiva tangibilità dell’esistente, in quanto ‘fermano la vita’, ci costringono cioè a un tipo di visione, che diventa un modo per oltrepassare la visione stessa, che tende a scorrere via.

Il ‘Visto abbastanza’ ci conduce allora a considerare le macchine di Panzetti verso una cognizione più filosofica. Ed ecco che le parole di Wittengenstein nel suo “Libro marrone” possono illuminarci sul senso della visione: “Ha certamente senso dire ciò che io vedo (che cosa io vedo), e il miglior modo di fare questo sarebbe il far parlare per sé ciò che io vedo. Ma le parole «io vedo» nel nostro enunciato sono superflue. Io non voglio dire a me stesso che sono io a vedere questo, né che io lo vedo.”  Nel nostro caso, nelle macchine anamorfiche, la proposizione di Wittengenstein è particolarmente significativa: l’errore indicato da Wittengenstein è quello relativo alla capacità di dirigere l’attenzione, e quindi lo sguardo, verso qualcosa, con la pretesa di fornire una ‘definizione’ dell’oggetto del nostro sguardo. Le sculture anamorfiche di Alessandro Panzetti cercano proprio di sconfessare le nostre certezze riguardo alla capacità dello sguardo di dare definizioni esatte. Il gioco, tra il divertito e il cognitivo, a cui siamo portati a interessarci ha come scopo la sorpresa di essere a confronto con l’irrealtà…

 

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Alessandro Panzetti e l’occhio ultraprospettico

di Gabriele Guarrera

Se anamorfosi significa trovare una nuova forma, una forma ulteriore e poi un’altra e un’altra ancora, è questo il percorso in cui si è posto, per una sua congeniale predisposizione, Alessandro Panzetti, (anche in una possibile serie di ipotesi e dimostrazioni infinite). Il suo metodo di ricerca, infatti, progredisce per domande e verifiche successive, è il contrario del voler illustrare o dimostrare qualcosa di già dato, di già noto o che si possiede a priori: in fondo a ogni percorso si trova una sorpresa, un risultato diverso da quello di partenza, una imprevedibile scoperta.

Mentre l’installazione in sé e le sue singole parti occupano, per la loro originalità,  lo spazio e il tempo della nostra contemporaneità, alcune di queste immagini, staccate dal contesto,  rimandano anche ai linguaggi astratti degli anni sessanta/settanta del Novecento, in generale all’optical art e in particolare alle strutture cromatico- spaziali di Achille Perilli o ad alcune textures di Piero Dorazio e  alle forme a loro prossime dei telai costruttivisti dell’architetto Paolo Martellotti e degli altri artisti-architetti dello Studio Labirinto, che peraltro,  Alessandro Panzetti proprio in quegli anni (settanta) frequentava, in una costante tangenza tra linguaggi architettonici, musicali e sperimentazione teatrale.

Ho sul mio tavolo una foto di Escher ritratto nel suo studio a Baarn (in Olanda, dove si era trasferito nel 1941) che disegna su un ampio foglio bianco, con in primo piano una grande struttura geometrica stellare formata da fili tirati, inscritta in un telaio cubico, con ai lati una piccola piramide, un piccolo cubo e altri due solidi ‘stellari’.  Il volume stellare più grande, formata da intersezioni di volumi piramidali regolari mi rimanda, a sua volta, alla piramide prospettica di Anamorfosi 01 di Panzetti.

I riverberi poetici di queste opere di Alessandro Panzetti sono innumerevoli e per concludere ne voglio citare altri due. Queste indagini didattiche che si muovono nel campo della ‘visione’, mediante appunti e rappresentazioni sperimentali, contengono anche un riferimento ‘retroattivo’ quasi di ‘smontaggio’ delle attuali immagini complesse, evocando i primi studi sulla forma e sul colore del Bauhaus: in particolare mi viene in mente, tra tutti, Làszlò Moholy Nagy e le sue ‘machineries’/sculture di spazio-luce e i suoi fotogrammi in bianconero di strutture in movimento. In altri momenti si può immaginare che lo spazio raccolto della mostra in cui vivono le opere possa diventare, moltiplicando i luoghi, le trovate e gli accorgimenti una vera e propria Wunderkammer, una camera delle meraviglie, un teatrino muto, occhieggiante e enigmatico, agito da visitatori che lo percorrono di sorpresa in sorpresa, diventando attori di una sorta di rappresentazione totale.

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English Abstract  

INVERSE FORMS # 2. The exhibition

The ancient technique of anamorphosis perspective is the focus of Alessandro Panzetti’s research. With a completely original approach. Transferring, in the coding phase, the prospective framework in a position not perpendicular to the axis of the cone of vision of the observer, he obtains the result that, during the reading-decoding phase, the observer is to be deceived, disoriented.

“I’ve not used my studies on the reverse use of descriptive geometry – says Panzetti – to describe trivially a three-dimensional object by simplifying the reading, but, on the contrary, to highlight the multiplicity of interpretations of a two-dimensional projection on a floor of a three-dimensional figure. This for me has an exciting metaphorical meaning.” 

The exhibition begins in the room “B”, where there are two installations, “Anamorphoses 01” and “Anamorphoses tetraprospettica”. Continuing in front, in the room “A”, are the two installations, “Cube / Octahedron” and “Branch / Circles”, and in the upper space a monitor with the presentation of the research and a table with the material available. Returning to the entrance, on the right, in the room “C”, are “Anamorphoses 03” and the two works entitled “Shadows of a double cube” on translucent sheets (positive and negative) and two other “Double anamorphic shadows”, resulting by a tetrahedron on translucent sheets.

 

 

                                                                  

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Questa voce è stata pubblicata il settembre 2, 2015 da in architettura, arte, città, cultura, media con tag , , , , .
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