AVVERTENZE PER GENI

RIVISTA DI CONSIDERAZIONI CULTURALI DIRETTE A PERSONE IN GRADO DI LEGGERLE

“I PIACENTINI”

di Stefania Fabri  ©

La storia della rivista Quaderni piacentini abbraccia quasi un ventennio della storia letteraria, culturale, sociale e politica italiana. Un periodo cruciale di grandi trasformazioni, in cui la riflessione culturale ha però un valore determinante che oggi sembra essersi appannato. Vale davvero la pena ripercorrere questa vicenda appassionante, leggerla e rileggerla per poterne discutere.

La realizzazione del bel libro delle Edizioni dell’Asino “I Piacentini Storia di una rivista (1962-1980)” di Giacomo Pontremoli, figlio del poeta ideologo dell’infanzia e maestro straordinario, Giuseppe Pontremoli[1], a cui, tra l’altro, è dedicato il libro, ha richiesto un grande lavoro di ricerca e documentazione, perché la storia della rivista è legata a una fitta rete di scambi e di rapporti tra un cospicuo numero di intellettuali assai importanti di quel periodo (alcuni attivi ancora oggi).

Raniero Panzieri, Franco Fortini, Cesare Cases, solo per citarne tre, sono tra gli intellettuali che gravitano attorno alla rivista e che ne influenzano il dibattito.

La prima sede della redazione era appunto a Piacenza a casa di Pier Giorgio Bellocchio, che con Grazia Cherchi, lanciò il primo ciclostilato firmandolo “a cura dei giovani della sinistra”[2]. Giovanni Giudici, il poeta coinvolto nella rivista, racconta che “da un caffè a un circolo culturale, in casa di uno o di un altro collaboratore, senza dogmatismi e con apporti disciplinari versatili (sociologi, giuristi, letterati e psicologi, storici ed economisti) si andava formando una specie di redazione ‘aperta’ all’insegna di un’affinità politica e ideale, ma specialmente dell’amicizia”[3].

Goffredo Fofi diventa co-direttore della rivista nel 1966 occupandosi in particolare di critica cinematografica. Il legame con Franco Fortini da parte della rivista porterà i redattori a una trasformazione “non indolore, né mai completa da ‘radicali di sinistra’ in comunisti”[4].

Dopo le “Baruffe di servi” contro il premio letterario Viareggio, Bellocchio, Cherchi e Fofi si scontrano con i coetanei ‘neoavanguardisti’ del Gruppo ’63, vale a dire Sanguineti, Barilli, Guglielmi, Giuliani, Umberto Eco, Nanni Balestrini e Arbasino. I componenti del Gruppo ’63 vengono definiti dal poeta Roberto Roversi, in un articolo apparso sulla rivista nel ’64, “funamboli leggiadri” che “giungono sorridendo sul palco dei vincitori: realizzano un esercizio, una esercitazione soltanto – che dei propositi dell’avanguardia detiene solo il velleitarismo della formula”[5].

L’interesse dei “Piacentini” è altrove, verso opere che si affermino per la loro radicalità, liquidando definitivamente i valori del vecchio mondo. Nel ’65 I pugni in tasca di Marco Bellocchio viene assunto come manifesto “più di ogni altra opera letteraria o saggistica o poetica”.[6]

In quegli anni nella rivista diventano centrali rubriche come “Il franco tiratore” di Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi e “Libri da leggere, libri da non leggere” o ancora articoli come “Congedo dagli intellettuali” che sferzano gli “intellettuali di sinistra” per la loro scarsa propensione alla lotta contro il potere. Neanche la stampa sfugge alla critica, spesso aspra: “la finta spregiudicatezza ignorante e presuntuosa” del giornalismo italiano, che “ratifica lo status quo […] per il sollazzo di un pubblico di miserabili robot”.[7]

Nel ’67 esce la famosa “Difesa del cretino”[8] di Fortini: il ‘cretino’ in questione aveva spedito una lettera nel settembre 1966 alla rivista comunista “Vie nuove” criticando i nuovi giovani troppo emancipati nel sesso e nei modi, contrapponendo se stesso, più disciplinato con un  lavoro che gli permette di studiare. Il perbenista viene deriso ma Fortini invece lo difende definendo i suoi detrattori come boriosi filistei.

Sempre nel ’67 un lungo reportage di Jervis sullo storico convegno londinese “The dialectis of Liberation” dà conto delle posizioni di David Cooper, Ronald D. Laing, Herbert Marcuse, Paul Sweezy, Gregory Bateson, Stokeley Camichael e Allen Ginsberg e del dibattito nel mondo anglosassone su capitalismo e anticapitalismo.

Nel ’68 i moti studenteschi raggiungono il loro culmine e la rivista ospita “il più importante manifesto del ’68 italiano, ‘Contro l’Università’ di Guido Viale”.[9]

A dicembre del 1968 Fortini propone che i Quaderni Piacentini allarghino la propria redazione al Movimento studentesco, e anche a causa di questa pluralità di soggetti dal 1970 i numeri della rivista aumenteranno in quantità di pagine fino a trasformarsi in libri.

Mi piace segnalare in quanto morantiana convinta che Goffredo Fofi nel 1969 parlando de “Il mondo salvato dai ragazzini” scriveva sulla rivista di un lavoro “non riconducibile a scuole, opera di rara freschezza e di entusiasmo – pur nei momenti di più lancinante tristezza -, la sua lettura è d’una ‘allegria’ e di una eccezionalità […] tali da meritarle un’attenzione tutta particolarità” e concludeva  “Ma infine sarà bene ribadire, di fronte alla sterilità poetica contemporanea, che se poeti del genere non esistessero mancherebbe alla nostra completezza umana e alla limpidezza del nostro progetto qualcosa di difficilmente sostituibile.”[10]

Nella rivista continuano ad alternarsi articoli e polemiche di ambito letterario e non solo: anche sulla lettura. Una feroce stroncatura come quella della einaudiana Guida alla formazione di una biblioteca pubblica di Delio Cantimori, dove Raboni osserva che si tratta di “una curiosa e ripugnante miscela di ossequio  ai valori correnti e di presunta raffinatezza, di adesione a un ideale populistico di biblioteca circolante e di una scelta a colpo sicuro  squisitamente paleocrociana”[11].

La fase del terrorismo vede una spaccatura tra i militanti di Lotta continua e i Quaderni che pubblicano un saggio di Pero, che inquadra il terrorismo come borghese e funzionale al sistema. Nel frattempo approda alla rivista Belardinelli, giovane autore di una monografia su Fortini e di una stroncatura del romanzo Vogliamo tutto di Nanni Balestrini, a cui Fofi ha già dedicato un articolo dal titolo “Vogliamo tutto tranne Balestrini”[12]. Intanto nel 1974 esce il romanzo di Elsa Morante La Storia, applaudito da Raboni come opera dedicata alle persone comuni e non alla società dei letterati, e criticato fortemente da Cases, che gli preferisce di gran lunga Menzogna e sortilegio[13].

Nel ‘76 Fofi esce dal comitato di redazione della rivista, “perché si è trasferito a Napoli, dove lavora alla Mensa per bambini proletari organizzata da Lotta Continua, ed è peraltro assorbito, con Lia Sacerdote, dall’impegno della nuova serie della rivista Ombre rosse[14], una delle innumerevoli imprese editoriali che continuano fino ad oggi.

Più spazio nella rivista assume Berardinelli, autore tra l’altro di un interessante articolo sul recupero della “lettura come atto anarchico”[15] contro il tecnicismo delle analisi formalistiche, e contro il dovere della lettura: “Questa falsa rieducazione alla lettura è fondata sulla rimozione e cancellazione preliminare degli interessi complessi, e non tecnicisticamente riducibili, a partire dai quali delle persone concrete si decidono ad aprire le pagine di un libro”[16].

La storia dei QP si chiude nel 1984 e giustamente Pontremoli cita la “commovente conclusione di Piergiorgio Bellocchio” che dice “In pochissimi anni molte grandi parole – Rivoluzione, Liberazione – si sono allontanate vertiginosamente proprio mentre se ne parlava fino alla nausea.”[17]

 

[1] Autore del bellissimo libro “Elogio delle azioni spregevoli”, L’ancora del Mediterraneo, 2004.

[2] Giacomo Pontremoli, I ‘Piacentini’. Storia di una rivista (1962-1980), Roma, Edizioni dell’Asino, p.10.

[3] in op. cit. p. 11

[4] in op. cit. p.22.

[5] p. 28.

[6] P. 36

[7] P.12.

[8] in op. cit. p. 42.

[9] P. 53

[10] in op. cit. p.79. Goffredo Fofi, Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante, QP n.38, luglio ‘69.

[11] in op. cit. p. 87.

[12] in n. 46 del ’72.

[13] Raboni e Cases in QP n.53-54 dicembre ’74. Nel 1975 Fofi uscirà dalla rivista, che nel frattempo ha recuperato una dimensione critica diversa distaccandosi dalle lotte sociali.

[14] P.127

[15] L’articolo di Berardinelli è a commento di una sua traduzione dal tedesco di Una modesta proposta per difendere la gioventù dalle opere di poesia di Hans Magnus Enzenberger.

[16] p. 146

[17] p. 157.

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Sono una piccola galleria d'arte, situata nella splendida piazza della Collegiata di Bracciano, un paese che si affaccia sull'omonimo lago. Ho tante cartoline disegnate e dipinte da artisti.

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