AVVERTENZE PER GENI

RIVISTA DI CONSIDERAZIONI CULTURALI DIRETTE A PERSONE IN GRADO DI LEGGERLE

Verso la COMMON LIBRARY, un altro modello per la biblioteca pubblica?

© Maurizio Caminito

common libraries CHATTA

L’intenzione di rivitalizzare la biblioteca pubblica e di rendere i suoi servizi più rilevanti e attrattivi nei confronti di un pubblico più vasto è comune oggi a molte ricerche e sperimentazioni in ambito biblioteconomico.

Si cercano modelli più aderenti alle esigenze di una comunità contemporanea e, considerando il binomio inscindibile biblioteca pubblica/comunità, il tentativo di esplorare nuove strade non potrà certo avere termine in una società in rapido cambiamento come la nostra, caratterizzata da innovazioni tecnologiche ed esigenze locali in rapida evoluzione.

Uno dei modelli più interessanti è quello della Common Library[1], un progetto che ha preso l’avvio nel 2014 con il supporto dell’Arts Council England e che punta a rendere le biblioteche inglesi più aperte alle innovazioni tecnologiche e più rispondenti alla contemporaneità, oltre, naturalmente, più impegnate a fermare la continua emorragia di utenti che sono diminuiti negli ultimi dieci anni di circa il 30%[2].

Nelle intenzioni dei suoi artefici la Common Library è un luogo che:

  1. Riconosce il valore del sapere locale e del know-how di una comunità;
  2. Consente agli utenti della biblioteca di contribuire alla raccolta e all’accesso alla conoscenza e alle informazioni;
  3. Fornisce gli strumenti e il supporto necessari per trasformare le biblioteche in piattaforme editoriali di comunità;
  4. Sostiene l’apprendimento peer-to-peer, la collaborazione e la capacità di creare modelli per aiutare gli utenti a condividere il loro know-how e sviluppare nuove idee;
  5. Supera la semplice messa a disposizione in biblioteca di strumenti di publishing multimediali o di spazi dedicati ai Makers, integrando le attività con il funzionamento stesso della biblioteca e, con questo, accresce l’accesso comune alle conoscenze e al know-how di una comunità.

In sostanza le biblioteche dovrebbero funzionare come piattaforme affidabili e imparziali per la produzione, lo scambio e il consumo di conoscenze e know-how sia nello spazio fisico che nel web. E all’utente di una biblioteca verrebbe offerto dalla Common Library, ad esempio, l’aiuto a scrivere e pubblicare il proprio primo libro, a invitare gli altri a presentare il loro hobby, o a provare un’App che hanno sviluppato. Il tutto in un’ottica che potremmo definire da “hacker”.

Di solito, il termine ‘hacker’ in informatica si riferisce a una persona che elude i sistemi di sicurezza, applica personalizzazioni innovative (anche illegali) ai programmi o combina elementi disparati nel corso di attività di programmazione informatica.

Tuttavia, come conferma anche Wikipedia, gli hacker sono anche individui che “uniscono l’eccellenza, la giocosità, l’intelligenza e l’esplorazione” e sotto questa definizione piuttosto ampia del termine possono essere incluse, quindi, attività di socializzazione e condivisione con altri utenti delle proprie conoscenze e know-how.

Gli “Hacker Space” o “Hackspace”, nati in Germania negli Anni Novanta sono oggi diffusi in tutto il mondo,[3] anche se in Italia quelli più conosciuti si contano sulle dita di una mano[4].

In un’ottica del genere la stessa missione del bibliotecario assume una prospettiva nuova e si avvicina molto a quella teorizzata da David Lankes, autore dell’Atlante della Biblioteconomia moderna:[5] stimolare le conversazioni con la finalità di migliorare la società attraverso la condivisione di conoscenza e l’azione sociale.

La definizione di bibliotecario che ha dato Lankes, com’è noto, è più ampia di quella tradizionale:[6] il bibliotecario è un facilitatore, che ha una missione ed un’etica professionale. Non è un intermediario che si limita a trasmettere l’informazione in modo neutrale, ma è invece un agente attivo, un militante, che si sente responsabile di migliorare la società. I valori del bibliotecario moderno sono: apertura intellettuale e trasparenza, empatia e rispetto, riflessione critica, creatività e fantasia, collaborazione, curiosità e apprendimento continuo[7].

Ciò comporta da un lato l’esigenza di riconfigurare le biblioteche come spazi per facilitare l’accesso a discipline quali la Scienza, la Tecnologia, l’Ingegneria, l’Arte e sviluppo Matematica (STEAM) con grande attenzione all’evoluzione del panorama digitale, all’Open Source Initiative[8] e alle problematiche relative alle licenze Creative Commons[9]. E immaginandole come veri e propri Community Hub in grado di offrire spazi di aggregazione, laboratori multimediali digitali, centri di risorse per la comunità e spazi per la produzione artistica contemporanea.

Dall’altro questa visione del nuovo ruolo implica una crescente attenzione al design user-centric degli ambienti, in modo tale che le persone che utilizzano uno spazio siano messe in grado di giocare un ruolo chiave nella sua ri/progettazione. Le biblioteche sono quindi spinte a sperimentare nuovi modi di organizzare e rendere accessibili le collezioni, per migliorare l’apprendimento, garantire l’accesso alle informazioni per tutti e la partecipazione dei cittadini alla vita culturale della propria città.

In Gran Bretagna ciò avviene in stretto rapporto con quelle iniziative, quale ad esempio Locality[10], che puntano ad una gestione dal basso dello sviluppo sociale ed economico del paese. Locality ha anche condotto un progetto pilota nazionale su come le biblioteche pubbliche possano utilizzare idee innovative anche per generare reddito[11]. Ed un esempio di come ciò possa essere concretamente realizzato viene dalla rete bibliotecaria di Nottingham, che ha trasformato il servizio di prestito audio-video (molto costoso) in una piattaforma di servizi sullo spettacolo, partecipata dagli utenti, in grado di autofinanziarsi.

Un prototipo di questa idea di biblioteca è quello rappresentato dalla Waiting Room,[12] un library-hack-makerspace nato nel 2013 ad opera di un gruppo di volontari a Colchester, una cittadina situata nella contea dell’Essex, a Est della Grande Londra e oggi gestita dalla Creative.coop[13], uno studio specializzato nei servizi per imprese sociali e progetti di comunità

Ma la biblioteca che per prima ha sperimentato questo approccio si trova dall’altra parte dell’oceano ed è precisamente quella della città di Chattanooga nello stato del Tennessee. Qui nell’autunno del 2012 è stato inaugurato un progetto, destinato in un primo momento a colmare il digital devide tra i più giovani e a sostenere esperienze innovative in campo imprenditoriale. Oggi, inglobato all’interno della biblioteca pubblica, è uno spazio, il 4th Floor[14], di oltre 1000 mq interamente dedicato a programmi, eventi, incontri e attrezzature che hanno trasformato la Downtown Chattanooga Public Library in un “sistema aperto, collaborativo, co-creativo, flessibile e partecipato”. Un laboratorio a supporto della produzione creativa, specializzato nel campo del design, della tecnologia e delle arti applicate.[15]

In questo modo ha conquistato e tiene costantemente una serie di rapporti con le associazioni professionali locali, le aziende che sperimentano l’uso sociale e no-profit della tecnologia, i gruppi di giovani interessati all’uso artistico dei nuovi media.

 

NOTE

[1] http://commonlibraries.cc/

[2]https://www.theguardian.com/books/2016/aug/16/library-use-in-england-fell-dramatically-over-last-decade-figures-show

[3] Qui una mappa completa: https://wiki.hackerspaces.org/List_of_Hacker_Spaces

[4] Mittelab a Trieste: http://www.mittelab.org, EigenLab a Pisa: https://eigenlab.org, Verdebinario a Cosenza: http://www.verdebinario.org, Monachers Smart Lab di Matera: https://www.facebook.com/Monachers, Politecnico Open unix Labs di Milano: https://www.poul.org/ .

[5]http://www.editricebibliografica.it/scheda-libro/r-david-lankes/latlante-della-biblioteconomia-moderna-9788870757262-166455.html

[6] Cfr: l’articolo de Il Sole 24 Ore: http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-11-18/conoscenza-come-conversazione-come-133501.shtml?uuid=AalFJdME

[7] Cfr.: Annamaria Tammaro, Conversazioni italiane con David Lankes, in “Bibliotecari italiani” https://annamariatammaro.wordpress.com/2015/07/17/conversazioni-italiane-con-david-lankes/

[8] https://opensource.org/

[9] https://creativecommons.org/

[10] http://locality.org.uk/

[11] Locality ha anche pubblicato nel maggio 2015 il rapporto “Income generation for public libraries. Learning and case studies from a national pilot project in England” scaricabile qui: http://locality.org.uk/wp-content/uploads/Income-Generation-for-Public-Libraries-May-2015.pdf

[12] http://commonlibraries.cc/the_waiting_room/

[13] http://www.creative.coop/

[14] http://commonlibraries.cc/4th-floor-chattanooga/

[15] Nei principi ispiratori della biblioteca si legge. “While traditional library spaces support the consumption of knowledge by offering access to multimedia, the 4th Floor is designed to support the production, connection and sharing of knowledge in offering access to tools and instruction.”

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