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CARAMBOLAGES: SULLE TRACCE DI WARBURG E DELLA NON LINEARITÀ

Hyacinthe-Rigaud-Studio-di-mani-1715-23-–-courtesy-Musée-Fabre-de-Montpellier-Méditerranée-Métropole-–-credit-Frédéric-Jaulmes

di Stefania Fabri ©

 

Si è svolta al Grand Palais di Parigi “Carambolages”[1] una mostra eccentrica e provocatoria, definita ‘astorica’, che si è conclusa il 4 luglio 2016, ma che merita di essere ricordata per aver raccolto opere da vari musei (185) di varie epoche, di stili e paesi differenti, collocate secondo affinità formali e mentali, fuori dalla successione cronologica e dalla ricostruzione del contesto in cui ognuna di esse è stata concepita. Le opere e gli oggetti sono riuniti per la loro capacità di evocazione e di suggestione.

Il titolo stesso della mostra allude al termine del gioco del biliardo, il colpo della carambola, grazie al quale una palla ne tocca altre due.

In questa mostra è forte il richiamo alla “non unilinearità” e alle “variazioni caleidoscopiche” delle immagini dell’arte individuate da Warburg, ma soprattutto al cuore stesso della filosofia di Warburg, che comprendeva la possibilità di nozioni come l’“inventario delle reazioni dell’uomo” e per quanto riguarda i libri “la legge del buon vicino” . Come sappiamo Warburg aveva una certa insofferenza non solo per le categorie storicistiche nell’arte ma anche per le classificazioni ordinative delle biblioteche. E questa palese consacrazione di tale principio nell’arte da parte di un critico contemporaneo, sembra a mio parere riaprire una questione più generale sul sapere contemporaneo, sul quale ritengo che si debba tornare con diversi principi, da una parte più creativi, dall’altra più consoni alle complicazioni provocate dalla coesistenza di vecchie forme ordinative del sapere con il mondo del web e degli smartphone (aggiungerei anche della realtà aumentata dei Pokémon GO).

La mostra ha palesemente avuto come scopo precipuo quello di rivisitare l’approccio tradizionale alla storia dell’arte. Nell’intervista su “Artribune”[2] il curatore Jean-Hubert Martin ha precisato che “l’approccio storico è solo una narrativa dell’arte fra molte altre. Si presenta come ‘scientifico’ nel contesto della cultura occidentale: oggi dobbiamo confrontarci con la globalizzazione”. E poi ha aggiunto: “Descrivi una ‘narrazione non lineare’, ma ironicamente, come sai, si crea un altro tipo di linearità. Quando si propone un nuovo tipo di approccio, gli spettatori lo vogliono interpretare usando la vecchia griglia. Sembra piuttosto difficile adattarsi a un nuovo atteggiamento. Le recensioni considerano semplicemente l’approccio intellettuale, perché non possono basarsi solamente su sentimenti e sensazioni. Ancora una volta si ripropone la storia dei due emisferi del nostro cervello: la nostra cultura occidentale ha ancora molto da imparare rispetto a quello sensoriale.”[3].

Nel catalogo della mostra, molto bello tra l’altro, c’è un saggio di particolare interesse a cura del docente universitario francese, Pierre Bayard, autore tra l’altro del volume “Come parlare di un libro senza averlo mai letto”[4]. Bayard ricorda appunto che Warburg andando alla ricerca di gesti e forme universali non esitava a rapportarsi alle opere o agli oggetti che presentavano, anche se distanti nello spazio e nel tempo, un’aria di familiarità. Proprio rifacendosi alla modernità di questo assunto, Bayard trova l’impresa del curatore di “Carambolages” molto appropriata per i nostri tempi perché “estrapolate dalla loro cultura d’origine, le opere sono in primo luogo tuffate nel mondo contemporaneo e nel nostro spazio di pensiero, e si trovano così caricate di significati o di preoccupazioni nuove, che non erano spesso più quelle del loro creatore”[5].

Rifacendosi alla teoria dell’associazione libera, usata nella psicoanalisi e ignorando la prossimità temporale o spaziale, il curatore della mostra secondo Bayard “propone di sostituire associazioni originali, che il suo guardo singolare suscita e rende plausibile, in un gesto che torna a collocare in primo piano la dimensione fondatrice del gioco, largamente occultata nelle mostre tradizionali”[6].

Bayard analizza le differenti operazioni estetiche e mentali operate dal curatore di “Carambolages” individuando quattro operazioni mentali effettuate nella progettazione della mostra. La prima è quella dell’‘addizione’, che consiste nell’aggiungere altre opere alla mostra e cita il caso de “L’urlo” di Munch, che viene riproposto in vari luoghi attraverso delle riproduzioni. Un’altra operazione è l’inverso della prima, cioè la ‘sottrazione’, che funziona togliendo dalla mostra una delle opere esposte. Una terza operazione è quella dello ‘spostamento’, che porta a cambiare di posto a un’opera creando nuovi legami con altre opere. La quarta operazione è quella della ‘condensazione’ che consiste nell’unire due opere come fosse una. Infine l’inversione, che si ottiene scambiando due opere di posto. Il tutto nel segno di una ‘retorica della mobilità’, che rende la mostra anche capace di essere visitata più volte.

Per comprendere questa operazione estetica possiamo citare anche il museo non lineare di McLuhan, grande profeta della comunicazione, per spiegare un nuovo modo di concepire una mostra nel mondo contemporaneo, perché è proprio attraverso l’arte che l’individuo sonda i modi per autorappresentarsi e quindi è necessario confrontarsi con nuovi spazi proiettivi, grazie ai quali poter sondare un immaginario che ha necessità di allargare i propri orizzonti, riappropriandosi anche del passato in maniera diversa.

Questa mostra parigina sembra una lezione di modernità applicabile a molti comparti della vita culturale…

 

[1]Carambolages” a cura del francese  Jean-Hubert Martin, realizzata al Grand Palais di Parigi dal 2 marzo al 4 luglio 2016.

[2] “Effetto Carambolages” intervista a Jean-Hubert Martin di Chiara Ianeselli in Artribune del 30 aprile 2016.

[3] ibid.

[4] “Pour un’exposition mobile” di Pierre Bayard p. 35 nel catalogo della mostra realizzato dalla Réunion des Musées Nationaux, 2016.

[5] ibid. p. 36

[6] ibid. p. 36

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Informazioni su marginiesegni

Sono una piccola galleria d'arte, situata nella splendida piazza della Collegiata di Bracciano, un paese che si affaccia sull'omonimo lago. Ho tante cartoline disegnate e dipinte da artisti.

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