AVVERTENZE PER GENI

RIVISTA DI CONSIDERAZIONI CULTURALI DIRETTE A PERSONE IN GRADO DI LEGGERLE

“LA POLVERIERA” OVVERO COME (RI)ACCENDERE LA MICCIA

gliSgarbi_rimoaldi

di Stefania Fabri ©

 

Quando Giuliano Manacorda mi propose la tesi di Letteratura Moderna e Contemporanea su Maria Bellonci risposi sdegnata che non la ritenevo una scrittrice ma una sorta di vestale del bel mondo letterario. E infatti poi ottenni di realizzarla su Elsa Morante che rispondeva di più ai miei bisogni letterari dove l’infanzia e l’adolescenza fossero celebrati per quello che erano: un disagio e un’illuminazione.

Mai potevo immaginare che molti anni dopo avrei conosciuto personalmente la vestale del Tempio dello Strega creato da Maria Bellonci.

Il ‘Capo’, come la definisce Stefano Petrocchi in “La polveriera”[1] con arguzia e con quel misto di ammirazione e di ironia, che Anna Maria Rimoaldi sapeva suscitare a meraviglia essendo un personaggio in effetti per certi versi stravagante e visionario, per altri versi talmente deciso e sicuro di sé da risultare militaresco, ci invitò alla Strega perché ci “occupavamo di biblioteche”. Portammo al Ninfeo di Villa Giulia nel 1988 anche l’appena nata Giulia che aveva solo un mese e Anna Maria ne fu entusiasta, lei che i bambini presumo li vedesse come marziani.

Trovo che “La Polveriera” di Stefano Petrocchi sia oltre che un romanzo innovativo (perché anch’io penso che i romanzi non possono più essere solo intrecci narrativi) anche un racconto ispirato a una storia vera e appassionante, e cioè quella dello Strega dopo la Bellonci, che valeva la pena di essere raccontata.

Chi pensa che la ‘polveriera’ sia un fenomeno di meri traffici editoriali è uno sprovveduto. Anna Maria Rimoaldi conosceva bene lo spirito con cui l’amata Bellonci aveva creato quel premio e si dannava l’anima tutte le volte per realizzarlo al meglio delle possibilità (con gli editori che questo paese si poteva permettere e con le loro politiche a volte dissennate nella scelta dei testi e degli autori). Se un peccato il ‘Capo’ l’ha consumato è quello di essere stata troppo devota a un mito di letteratura che andava sbiadendo nel tempo. Ed è molto vero quanto dice Petrocchi: “Il Capo diffidava delle innovazioni allo Strega”, ma nello stesso tempo era sempre all’erta per comprendere gli umori degli editori e dei critici, sempre pronta a difenderne il prestigio, a tenere altro il controllo sulla qualità delle opere partecipanti.

Nel raccontare lo Strega, le imprese del Capo ma anche la storia del Premio nei suoi momenti di lenta transizione, di navigazione nel mare oscuro dell’editoria italiana, sempre piena di problemi e di lamentele, Stefano Petrocchi compie un’operazione intelligente e lungimirante, accreditandosi come l’erede di Anna Maria, ma anche distaccandosene nel suo essere critico e nel sottolineare, per esempio, come mai il Capo si sarebbe permesso di emulare Maria Bellonci scrivendo un libro sul Premio.

D’altra parte Anna Maria aveva più la stoffa del manager che quella di fine intellettuale. E raccontando la storia del “suo” Strega Stefano Petrocchi, che invece è anche uno studioso di letteratura, ci fa intendere quello che andrebbe modificato affrontando quei tabù che Anna Maria Rimoaldi non si era sentita di affrontare per troppa devozione al modello originario.

Il giallo poi che si consuma sull’evento della morte di Anna Maria, con la vicenda del ‘segretario fidato’, anche se lascia turbati è in fondo in linea con la romanzesca storia del Premio. Anna Maria teneva ad avere una sua ‘corte’, s’invaghiva di determinate persone, o dell’esperta di arte o dello storico del Medioevo o del grand commis di Stato, e cercava di coinvolgere tutti nel suo incessante procedere, sempre nell’intento di riempire di contenuti di una cultura più vasta e onnicomprensiva la ristretta cerchia letteraria ed editoriale.

Siamo stati invitati da lei in numerose occasioni a seguirla nelle sue avventure: a Ferrara dopo le celebrazioni di Isabella d’Este, protagonista di “Rinascimento privato”[2], fummo condotti a visitare la casa natale e museo personale degli Sgarbi e a conoscere la sorella ‘intelligente’ cioè Elisabetta, allora ancora in una giovanile versione dark punk, e il fratello scapestrato (con la sua incredibile biblioteca-quadreria) e i genitori silenziosi e gentili; a Benevento patria dello Strega, a scoprire le innumerevoli bottiglie ambrate contenenti altrettanti “tentativi di imitazione” del liquore e il profumo delle famose 70 erbe segrete.

Nel viaggio di ritorno, durante l’immancabile sosta a Sorrento in un ristorante immerso in un giardino di limoni, Anna Maria m’invitò ad impegnarmi per un progetto per i ragazzi, che stava molto a cuore a De Mauro, già da allora vicino al Premio, e che portò alla realizzazione di un bel volume edito da Feltrinelli “Da 3 libri in su…la biblioteca è mia!”. Era una sorta di biblioteca ideale per ragazzi dentro al progetto della Fondazione che portò al coinvolgimento di 200 scuole elementari. L’adesione al progetto comprendeva la possibilità di avere un computer e un cd-rom ideato dai Lastrego – Testa, un pacco di libri e il poter gestire una piccola biblioteca accompagnati dal simpatico personaggio del Drago Tommasone. Insomma Anna Maria Rimoaldi teneva non solo al premio letterario, ma anche a una sorta di sua promozione di lettura  attraverso le opere dello Strega, scontrandosi con una politica che a livello istituzionale già da allora faceva acqua da tutte le parti.

Il suo terrore maggiore era quello di perdere l’appartamento di via Fratelli Ruspoli e perché ciò non accadesse si adoperò in tutti i modi, costringendo, dopo ripetuti tentativi, il Comune di Roma ad acquistare la sede, salvandola dal destino di un normale appartamento dato in affitto in anni lontani ad una coppia di intellettuali con tanti amici.

Quando, alcuni anni più tardi, andammo a trovarla all’isola d’Elba era già da tempo malaticcia, ma sempre molto attiva con l’organizzazione di incontri letterari anche lì e sempre delusa dalla poca attenzione pubblica al problema del libro per le nuove generazioni. E il mistero, qualora ve ne fosse, attorno alla sua morte fa pensare che si sia in qualche modo arresa, agli anni, alla salute malconcia, alla fatica di tenere a bada certi personaggi, anche qualche stesso sodale.

Insomma la grande lezione del Capo, che Stefano ci racconta argutamente e con grande consapevolezza, è che il Premio Strega non è mai stato solo cerimonia, non è mai stato solo intrighi di potere, non è mai stato solo celebrazione del singolo scrittore: è qualcosa di più profondo che ha tutti i pregi e tutti i difetti della nostra storia culturale, che a dispetto dei suoi detrattori, a dispetto delle difficoltà politiche ed economiche, a dispetto di tutto è ancora capace ogni anno di accendere la ‘miccia’…

 

[1] Stefano Petrocchi, La polveriera, Milano, Mondadori, 2014. Il termine è stato usato da Maria Bellonci nel libro “Il premio Strega”, pubblicato da Mondadori nel 1987.

[2] Maria Bellonci, Rinascimento privato, Milano, Mondadori, 1986

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