AVVERTENZE PER GENI

RIVISTA DI CONSIDERAZIONI CULTURALI DIRETTE A PERSONE IN GRADO DI LEGGERLE

DOVE VANNO I TEATRI DI CINTURA?

sizwe banzi est mort

I Teatri di cintura di Roma non sono più al centro dell’attenzione, è un progetto su cui non si ragiona più, un po’ perché mancano attori famosi a parlarne, un po’ perché i territori stessi forse non li ritengono più fattori trainanti del loro riscatto sociale.

Il progetto sulla “Drammaturgia contemporanea” che la Giunta Alemanno ha regalato alla Capitale nel 2012, non è ancora stato messo minimamente in discussione. Perché non se ne parla? Per il motivo che con una certa furbizia si è proceduto a incastrare il tutto sotto l’egida di Zetema, che è una società buona per tutte le stagioni? Oppure perché, come temo, non si è compresa l’importanza di rimettere mano seriamente al cosiddetto decentramento culturale?

Forse non ci è resi conto che non c’era alcuna sostanziale riflessione dietro questa etichetta “Drammaturgia”, che non vuol dire, come sarebbe ovvio, favorire nei giovani autori una nuova scrittura drammaturgica, ma piuttosto lottizzare gli spazi teatrali in modo che tutti siano contenti; sotto una fittizia autorità comune ognuno fa quello che vuole e le pur forse superate riflessioni, che erano state messe a punto nel periodo di Veltroni sul teatro metropolitano, sono andate in cavalleria. In questo momento di crisi, non solo economica ma anche di idee, ci si accontenta di etichette vuote: il Valle è un bene comune, ma di fatto è privatizzato da alcuni, i Teatri di cintura sono per le periferie ma diventano teatri di chi li gestisce, come fossero spazi semplicemente presi in concessione (oltretutto con anche l’aiuto di contributi sostanziosi del Comune).

Ma la progettualità a chi appartiene, ma il progetto di politica culturale di chi è? Nella buona sostanza sembra che faccia comodo ancora quello della Giunta Alemanno: subdolo e menefreghista sui contenuti, ma in grado di essere saldamente ‘spartitorio’, soddisfacendo così anche i più ‘estremisti’, quelli del Teatro del Lido, cosa che il Teatro di Roma colpevolmente si rifiutò di fare. E chi c’è a coordinare tutto questo fantastico ‘sistema di teatri’, non un grande regista internazionale, ma magari qualcuno che non dia fastidio e che non abbia troppe pretese dirigiste.

Tutto questo però è un livello di discussione troppo angusto. Vogliamo parlare di che cosa bisognerebbe veramente discutere?

Laurent Davezies[1], economista francese, famoso per aver spiegato La crise qui vient. La nouvelle fracture territoriale, ha ben analizzato come bisognerebbe affrontare le nuove disparità tra territori. Dice Davezies: “Questo divorzio tra le forze produttive e le dinamiche di sviluppo è una realtà che gli economisti e i politici non riescono a riconoscere! Ma il ruolo della crisi attuale è quello di rimescolare le carte …” [2]

Davezies ha avuto anche il plauso della nostra Società Geografica. Voglio ricordare a tal proposito che le migliori analisi del territorio e dell’incidenza del Teatro di Tor Bella Monaca su questo le ha fatte proprio la cattedra di Geografia di Tor Vergata e se ne è discusso proficuamente con loro proprio a Villa Celimontana.

Allora se non riusciamo nemmeno più a capire il territorio “metropolizzato”, in cui si trovano i Teatri di cintura, non riusciremo nemmeno a capire come rilanciare non solo la cultura in questi territori, ma nemmeno l’economia!  Se non usciamo dai luoghi comuni non capiremo nulla e non ci renderemo conto che forse ciò che consideravamo prima materia da valutare con vecchi schemi paternalistici ora è invece il serbatoio del rilancio sociale!

Davezies cita il caso di Baltimora: “una città industriale che è stata, per 30 anni, completamente devastata, svuotata di gran parte delle sue industrie, e le aree consegnate alle bande del contrabbando e della droga. I prezzi degli immobili sono crollati, ora invece è il cuore della megalopoli della costa orientale, a mezz’ora da Washington. Tanto che gli artisti e tutti i tipi di professionisti sono accorsi lì per vivere e lavorare in grandi spazi a buon mercato. Grazie alla politica molto ambiziosa del Comune per aggiornare l’area portuale e renderla un importante centro turistico, considerandola quindi come una città-stato, Baltimora ora si sta riprendendo e sperimentando una nuova dinamica …”

Quindi Baltimora ha rovesciato l’ottica: la parte più degradata, dove si facevano traffici illeciti, è diventata quella da valorizzare. Questa è la lezione che vuole impartirci Davezies. Non c’è più centro e periferia, la crisi ha rimescolato le carte, il degrado culturale è arrivato fino al Colosseo (con tanto di finti centurioni e di bancarelle con hot dog e paccottiglie) e nello stesso tempo la valorizzazione può cominciare da Tor Bella Monaca.

I modelli, prima della giunta Alemanno, dei Teatri di cintura erano tre. Quello municipale, tutto interno alle dinamiche del territorio, cioè il Teatro del Lido, dove però c’era anche la parte più ‘cittadina’, anzi addirittura d’avanguardia; poi c’era il modello  di Tor Bella Monaca, che poteva diventare un Teatro Almeida come quello di Londra, dove non c’è distinzione tra laboratorio, attività formativa e attività artistica internazionale (ci ricordiamo  di “Sizwe  Banzi est mort”  di uno dei massimi drammaturghi sudafricani, Athol Fugare, che Peter Brook, il grande regista teatrale inglese, ha portato nel 2006 in prima nazionale a Tor Bella Monaca?), e quello del Teatro Biblioteca Quarticciolo, che doveva essere il teatro di sperimentazione più all’avanguardia che avrebbe unito lettura e spettacolo, tanto che  l’assessore Pierre Mansat di  Grand Paris lo trovò fantastico.

Ma qui non si tratta solo di modelli di teatro, qui si tratta di riconsiderare i modelli di fruizione culturale, che vanno rivisti tutti insieme, quelli centrali con quelli periferici.

Un sistema teatrale pubblico va ripensato dalle basi, insieme a un ridisegno della città. Altrimenti non resterà che una sterile politica di tagli e di accomodamenti giornalieri. Si daranno ai privati occasioni imprendibili e non sfruttabili, restando al pubblico tutti gli oneri.

Perché quello che dice Davezies di Parigi può ancora di più essere applicato a Roma: “Una città della condivisione, dell’uguaglianza dei territori e dell’ecologia deve risolvere le equazioni del dinamismo e dell’attrattività, della giustizia sociale e della qualità della vita all’altezza di una metropoli. Se il cuore è sbagliato, è tutta la città che soffre. Contro le visioni malthusiane facciamo la scelta d’una Parigi dell’occupazione, una Parigi densa, attiva economicamente, socialmente eterogenea, cosmopolita, familiare e di sostegno di tutto l’agglomerato. Invece di un ‘museo Parigi’, questa Parigi che sia un creatore di ricchezza e di scambio di idee e di cultura”[3].

Superiamo anche noi l’idea di tenere ‘lontane’ da noi le periferie, le periferie siamo noi ormai. Il centro pulsante dell’attività economica si è trasferito molto lontano da qui, in paesi come la Cina o come gli Emirati arabi, che pagano i loro pesanti prezzi sia dal punto di vista democratico che ambientale.  Non c’è più centro e quindi non c’è più periferia!

 

Stefania Fabri ©

 

[1]Laurent Davezies, economista, Professore al CNAM, titolare della cattedra “Economia e sviluppo dei territori”.

[2] Paris Obs, supplément au Nouvel Observateur, a publié  sous un titre racoleur – et assez inadapté – ” Paris, banlieues: le divorce”, une longue interview de Laurent Davezies.

[3] Nella stessa intervista al Nouvel Observateur.

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Questa voce è stata pubblicata il giugno 26, 2014 da in città, cultura, spettacolo, teatro con tag , , , , , , , .
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