AVVERTENZE PER GENI

RIVISTA DI CONSIDERAZIONI CULTURALI DIRETTE A PERSONE IN GRADO DI LEGGERLE

L’UOMO SENZA CONTENUTO SECONDO AGAMBEN

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Di un filosofo che ha frequentato Derrida e Lyotard, che ama Benjamin e Foucault, che si può dire? È necessario ascoltarlo quando ha qualcosa su cui ragionare, soprattutto se parla di arte! E allora nel suo “L’uomo senza contenuto”[1], che già è un programma dal titolo che non passa di certo  inosservato,  ci conduce  passo passo attraverso filosofi e pensatori che hanno ancora da suggerire qualcosa per il nostro tempo,  dai presentimenti di Nietzsche al binomio straordinario Baudelaire –Benjamin, dove si ragiona del progressivo annientamento del contenuto,  a svelare qualcosa di così profondo che noi tutti percepiamo, ma che non abbiamo il coraggio di ammettere… cioè che: “la rottura della tradizione, che è per noi oggi un fatto compiuto, apre infatti un’epoca in cui fra vecchio e nuovo non c’è più alcun legame possibile, se non l’infinita accumulazione in una sorta di archivio mostruoso e l’estraneazione operata dallo stesso mezzo che dovrebbe servire alla sua trasmissione. Come il Castello di Kafka, che pesa sul villaggio con l’oscurità dei suoi decreti e la molteplicità dei suoi uffici, così la cultura accumulata ha perso il suo significato vivente e incombe sull’uomo come una minaccia in cui egli non può in alcun modo riconoscersi.”[2]

Nessuno di noi aveva provato prima ad analizzare quello strano senso disturbante che proviamo uscendo da un Museo: pur essendo soddisfatti per aver visto opere che hanno suscitato la nostra ammirazione,  ma anche ammettiamolo, associato a un qualche sintomo di inadeguatezza, che misto alla bruttezza del mondo degradato che ci circonda, dove tutto sta andando in malora, ci dà come risultato la constatazione  che il cosiddetto ‘sentimento estetico’ è frustrante…

Che cos’è che ci manca? Lo choc, che è la vera esperienza estetica, il senso del nuovo che avanza… Che cosa ci opprime? Il carico della trasmissibilità esibita all’infinito… e così tutto ruota attorno alla riproducibilità  a cui è legata la trasmissibilità…: “Lungi dal liberare l’oggetto dalla sua autenticità, la sua riproducibilità tecnica (in cui Benjamin identificava il principale agente corrosivo dell’autorità tradizionale dell’opera d’arte) la spinge invece all’estremo: essa è il momento in cui, attraverso la moltiplicazione dell’originale, l’autenticità diventa la cifra stessa dell’inafferrabile. L’opera d’arte perde, cioè, l’autorità e le garanzie che le derivavano dal suo inserimento in una tradizione”[3] .

E l’attrazione di Benjamin per Baudelaire è all’interno di questo contesto:

“Baudelaire è il poeta che deve fronteggiare la dissoluzione dell’autorità della tradizione nella nuova civiltà industriale e si trova quindi nella situazione di dover inventare una nuova autorità: ed egli ha assolto a questo compito facendo della intrasmissibilità della cultura un nuovo valore e ponendo l’esperienza dello choc al centro del proprio lavoro artistico. Lo choc è la forza d’urto di cui si caricano le cose quando perdono la loro trasmissibilità e la loro comprensibilità all’interno di un dato valore culturale”[4].

E allora per comprendere meglio sentiamo che cosa piace ad Agamben di quello che dice Antonin Artaud (del resto anche lui un altro nostro autore cult) ne“ Il teatro e il suo doppio”: “ciò che ha  perso la cultura è la nostra idea occidentale dell’arte…a una nostra idea inerte e disinteressata dell’Arte, una cultura autentica oppone un’idea magica e violentemente egoista, vale a dire interessata”[5]

E veniamo quindi al punto, che secondo Agamben è difficile ammettere ma sarebbe questo: “l’opera d’arte non è più, a questo punto, la misura essenziale dell’abitazione dell’uomo sulla terra, che, proprio in quanto edifica e rende possibile l’atto di abitare, non ha né una sfera autonoma né un’identità particolare, e compendia e riflette in sé tutto il mondo dell’uomo; al contrario, l’arte ha ora costruito per sé il proprio mondo, e, consegnata all’atemporale dimensione estetica del Museum Theatrum, comincia la sua seconda e interminabile vita, che mentre porterà il suo valore metafisico e venale ad accrescersi incessantemente, finirà col dissolvere lo spazio concreto dell’opera”[6]

La rivelazione  che ci impressiona di più di questo ragionamento, ma a pensarci bene è straordinariamente conseguente, è che “ la sorte dell’arte nel nostro tempo non è qualcosa che possa essere decisa sul terreno della critica estetica o della linguistica.”[7]

È qualcosa di più profondo da mettere in campo che non riguarda gli specialisti del mestiere, ma che riguarda “l’uomo senza contenuto”.

Stefania Fabri ©


[1] GIORGIO AGAMBEN, L’uomo senza contenuto, Macerata, Quodlibet, 2013

[2] ibid. p. 163 nel capitolo “L’angelo malinconico”, che si riferisce all’opera Angelus Novus di Klee.

[3] ibid. p. 160   nel capitolo “L’angelo malinconico”.

[4] ibid. p. 160 nel capitolo “L’angelo malinconico”.

[5] citato da Agamben a p. 11 in francese nel capitolo intitolato “La cosa più inquietante”.

[6] ibid. p. 51 nel capitolo “La camera delle meraviglie”.

[7] ibid. p. 87 nel capitolo “Un nulla che annienta se stesso”.

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