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RIVISTA DI CONSIDERAZIONI CULTURALI DIRETTE A PERSONE IN GRADO DI LEGGERLE

Quando un artista ribelle scrive un blog: Ai Weiwei

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Come dimenticare la danza sfrenata di Ai Weiwei nel video musicale del Gangnam style? Basta guardare d’altra parte l’installazione che ha portato all’ultima Biennale di Venezia per rendersi conto quello scoppio di vitalità da dove sia stato alimentato. Solo un uomo tenuto costantemente sotto osservazione  e recluso in una località segreta per 81 giorni può esplodere in maniera così convincente! Ma è stata proprio la forza dell’arte contemporanea a liberare questo artista dalla perdita della libertà: a cominciare dalla petizione lanciata dalla Tate Modern che ospitò l’installazione dei semi di girasoli[1].

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Dal libro pubblicato da Johan & Levi[2] si ricavano informazioni preziose e anche stimoli a riflettere su questo straordinario artista cinese. Il padre di Ai Weiwei era un poeta e un intellettuale; considerato nemico del popolo, fu messo letteralmente a pulire i cessi…Nel periodo della cosiddetta Primavera di Pechino quando la Banda dei quattro finì in galera, il padre, Ai Qing,  poté tornare a Pechino e il figlio fu istruito nell’arte del disegno dai suoi amici intellettuali. Poi ci un altro episodio fondamentale,  quello che fu definito il Muro della democrazia nel quartiere di Xidan a Pechino. Cittadini e studenti si misero con i loro tazebao a dare voce a una serie di opinioni ‘democratiche’, finché un’ex guardia rossa non vi appese un manifesto per la ‘quinta modernizzazione’ (le altro quattro del nuovo regime erano relative ad agricoltura, industria, difesa e tecnologia), cioè la democrazia, e fu arrestato facendosi ben 15 anni di carcere.

Nel frattempo il nostro Ai Weiwei, che alla quinta modernizzazione ci credeva conobbe il gruppo Stars, un’organizzazione di artisti  che non apprezzava il realismo prescritto dal regime. Fu in quella mostra, che venne rapidamente smantellata dopo essere stata visitata da una moltitudine di persone, che Ai Weiwei espose un suo paesaggio ad acquerello. Deluso dalla mancata modernizzazione, il nostro neo artista si rifugiò negli Stati Uniti nel 1981. Lì fece una serie di  mestieri umili ma cominciò anche a studiare artisti come Duchamp e Warhol. Fece la sua prima personale nel 1988 mostrando un appendiabiti con un profilattico, intanto però manifestava contro la repressione in Cina ed era un punto di riferimento per gli intellettuali cinesi in fuga. Nel 1993 dovette tornare in Cina perché suo padre stava morendo. Lì creò una sua casa studio rimasta  famosa (è anche un originale architetto) e poi organizzò ai margini della Biennale di Shangai  del 2000 una mostra dal titolo significativo per il regime: “Fuck Off” con 40 artisti dissacranti. Ma la cosa che gli diede più notorietà (e anche l’odio dei governanti) fu proprio il suo blog dove mise il primo post nel 2005. In particolare fu la sua intensa attività per il terremoto del 2009 nel Sichuan, quando si scagliò contro le autorità per il pessimo stato delle scuole e si diede da fare per dare un nome a tutte le piccole vittime (oltre cinquemila). A quel punto le autorità lo bersagliarono di censure e poi chiusero definitivamente il blog nel 2009, al che usando twitter Ai Weiwei si diede al microblogging: inarrestabile! Le sue personali a Tokyo e a Monaco parlano di quella grande tragedia del terremoto in maniera provocatoria ma anche addolorata. Il suo blog è stato un acceleratore del fenomeno dei bloggers in Cina. E la sua notorietà all’estero ha impedito che finisse male: l’arte è salvifica! Ma vediamo che cosa dice dell’arte contemporanea nel suo paese Ai Weiwei nel suo blog: “Equivoco costante, infatuazione per l’equivoco, infatuazione verso questa ‘infatuazione dell’equivoco’ rendono l’interpretazione dell’arte contemporanea una farsa in cui ogni generazione si dimostra sempre più debole incerta: un riflesso perfetto dei dilemmi che assediano l’arte contemporanea nel processo di scambio culturale”.[3] Ai Weiwei sta parlando della Cina ma  l’infatuazione per l’equivoco e il fatto che l’arte contemporanea tenda a ripiegarsi su se stessa sembra che non sia solo un fenomeno cinese…

Molto intrigante è il post intitolato “Perché sono un ipocrita”, in cui Ai Weiwei dice: “Ho scoperto che sono una persona ignorante e spudorata. Ho usato la mia celebrità mediatica per ottenere una spudoratezza anche maggiore di quella del pubblico, e ho usato la mia spudoratezza individuale per incoraggiare una spudoratezza collettiva. Per giunta, non la considero una disgrazia, anzi credo spudoratamente nella spudoratezza […]”  E in maniera molto coraggiosa afferma: “Sbaglia chi ritiene che il mio linguaggio malevolo e il mio cuore oscuro abbiano macchiato la gloriosa reputazione degli uomini di valore della nostra nazione o che i veri eroi siano così vulnerabili da vacillare quando si trovano davanti a poche parole non benevole.”[4]

C’è da chiedersi se ci sentiamo tanto più fortunati di lui perché non siamo costretti a essere spudorati, ma in realtà c’è un’assuefazione a determinate cerimonie ipocrite dell’arte contemporanea anche nelle democrazie occidentali da provocare una vaga sensazione di inutilità che colpisce e lascia l’amaro in bocca. Insomma il messaggio di Ai Weiwei mette in crisi anche l’occidente…

Il  post su Andy Warhol, intitolato “Leggero come una piuma”[5] riflette sulla capacità dell’arte di svelare gli arcani con una semplicità irriverente: “Tutto nella vita di Andy sembrava circondato di pretenziosità, un caleidoscopio di colori e stravaganza. Come un profeta che potesse davvero vedere oltre i confini del tempo, molto prima che si manifestasse l’era che lui aveva vaticinato, qualunque cosa finisse sotto il suo sguardo deflagrava replicandosi più e più volte, e diventando così emotivamente spezzata e vuota”[6].  Il ritratto di Mao Zedong realizzato da Warhol secondo Ai Weiwei fece diventare convenzionale la forza allegorica del suo personaggio, lo neutralizzò facendolo diventare un oggetto di tutti i giorni. E dice di Wahrol, a cui piacque la grande muraglia e trovò fantastico il look delle divise cinesi: “Mai, però, neanche per un momento credette davvero che un mondo senza McDonald’s potesse essere benigno o gentile”[7]

Stefania Fabri ©


[2] Ai Weiwei, Il blog. scritti, interviste, invettive, Edizione italiana a cura di Stefano Chiodi, Milano, Johan & Levi, 2012.

[3] In op. cit. p.47. Questo è un post del 2006.

[4] in op. cit. p. 117.

[5] in op. cit. p. 216.

[6] ibid. p. 216.

[7] in op. cit. p. 217.

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Questa voce è stata pubblicata il dicembre 17, 2013 da in arte, letture, media con tag , , , , .
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