AVVERTENZE PER GENI

RIVISTA DI CONSIDERAZIONI CULTURALI DIRETTE A PERSONE IN GRADO DI LEGGERLE

500 eroi o 500 precari, oppure….

500

Il recente bando del MiBACT “500 giovani per la cultura”, previsto all’interno del decreto “Valore cultura”[1] per la selezione di personale da dedicare all’inventariazione e digitalizzazione del patrimonio culturale italiano, non mi convince. Ma il dibattito che si sta sviluppando attorno alla proposta ancor meno.

Cerco di spiegarmi.

E’ necessario, innanzitutto, partire da un dato di fatto: in base alle leggi vigenti il MiBACT, e insieme ad esso tutta la Pubblica Amministrazione, non può assumere personale.

La preoccupazione del MAB, il coordinamento che raggruppa associazioni di professionisti operanti in Musei, Archivi e Biblioteche, è che il provvedimento nasconda “una forma di precariato mascherato e sottopagato (l’indennità totale di cinquemila euro lordi per un anno di impegno a tempo pieno appare indecorosa per chi ha dedicato anni allo studio al fine di lavorare nel campo dei beni culturali), ma forse anche un modo surrettizio di assunzione nei ruoli del Ministero senza il severo filtro delle prove di un concorso pubblico.”

Analogo allarme trapela dal comunicato degli archeologi, che sul loro sito parlano di “insulto alla dignità del lavoro”[2]

Che sia necessario sbloccare i concorsi, ridare spazio ad un vero turn over che abbia come obiettivo la progressiva sostituzione del personale delle strutture statali e periferiche, che si sta avviando alla pensione, è indubitabile.

E quindi tutti sono portati a leggere un sottotesto, derivante dall’esistenza del blocco di cui sopra: “Intanto fatti un anno cosi, poi ti stabilizzo”.

Ma non sono questi gli obiettivi del progetto. Il bando prevede la selezione e formazione di 500 giovani a tecniche di catalogazione e digitalizzazione dei beni culturali e gli obiettivi principali del programma sono così descritti:

a) incrementare le competenze dei 500 giovani […] in relazione alla conoscenza: del territorio appartenente alla Regione da essi individuata; dei sistemi informativi nazionali, regionali, di altri istituti pubblici e privati e del set di dati che lo descrivono; delle potenzialità di mercato che questa ricchezza e diversità culturale può soddisfare.

b) realizzare percorsi turistico-culturali […]. Le risorse digitali generate o recuperate e i percorsi realizzati saranno visibili sui siti web del MiBACT istituzionali e tematici e degli istituti che hanno contribuito alla realizzazione, sui sistemi regionali e nazionali, sul portale europeo Europeana, nonché su eventuali appositi portali e dispositivi mobili intelligenti, e daranno luogo a percorsi, mostre virtuali e itinerari turistico culturali.

c) favorire la creazione di start up di imprese innovative nel campo del patrimonio culturale digitale, della conoscenza, della formazione e del turismo culturale.

Quindi si parla di una sorta di apprendistato in una struttura pubblica finalizzato ad acquisire una serie di competenze specifiche, operando all’interno di strutture quali l’ICAR (Istituto Centrale per gli Archivi), l’ICCD (Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione), l’ICCU (Istituto Centrale per il Catalogo Unico).  I giovani apprenderanno, o meglio si eserciteranno sugli schemi di descrizione dei sistemi centrali (CAT SAN, METS SAN, MAG, PICO AP, UNIMARC SBN, schede ICCD), del modello di descrizione dei dati RDF e FRBRoo, generando dei set di dati in formato LOD (Linked Open Data).

Con l’obiettivo di padroneggiare strumenti e implementare conoscenze (in campo umanistico, informatico, tecnico e gestionale) utilizzabili per avviare imprese innovative in campo culturale.

E qui sta proprio il limite del progetto. Si parte da una situazione che viene data per acquisita, su cui ci si deve modellare, immaginando al massimo degli upgrade di processi già ben definiti e immutabili.

Eppure, solo per fare il caso dell’ICCU e del progetto SBN, ci sarebbe bisogno di un profondo ripensamento. La stessa AIB da anni auspica un rilancio del progetto. Ecco alcune indicazioni sul cambiamento necessario:

  1. una visione strategica orientata alla costruzione di un nuovo ambiente cooperativo per il Servizio Bibliotecario Nazionale collocato all’interno di un discorso più generale sul futuro dei servizi bibliotecari e bibliografici nazionali. Occorre uscire dalla equivalenza SBN = catalogo, per costruire un nuovo ambiente cooperativo che modernizzi il modo di lavorare delle biblioteche e produca valore per i cittadini italiani; occorre governare il proliferare incontrollato di poli SBN, che aumentano il costo complessivo del sistema;
  2. una direzione scientifica autorevole, in grado di dominare le logiche commerciali dei costruttori di software per sviluppare un progetto orientato all’innovazione e all’ammodernamento di SBN, che riporti l’Italia nell’alveo del dibattito internazionale più avanzato;
  3. il passaggio da una architettura ancora sostanzialmente proprietaria, dove i software di terze parti devono “certificarsi”, a una struttura aperta nella quale i dati sono liberamente accessibili e riusabili da chiunque con strumenti e tecnologie standard sulla base di licenze open, come prevede la legge;
  4. la decisa adozione di regole catalografiche condivise e l’abbandono del formato bibliografico SBN MARC a favore dell’adozione di standard riconosciuti internazionalmente;
  5. l’apertura di SBN anche ad ambiti non bibliotecari, attraverso l’avvio di una collaborazione con il mondo editoriale, con gli archivi, i musei, wikipedia, fondata sul comune interesse all’interscambio dei dati, che può essere favorito dalla adozione della struttura Linked Open Data a garanzia della piena interoperabilità dei dati.[3]

Una macchina così complessa non ha bisogno di investimenti? Non necessita di un profondo e continuo miglioramento dei processi, degli strumenti, delle piattaforme?

E come riusciranno i nostri 500 eroi a immaginare qualcos’altro? A compiere quel salto qualitativo che gli permetta di creare una start-up culturale, a confrontarsi con un mercato, di cui nessuno offre loro le coordinate?

Prevale l’idea ingenua che creare una start-up sia il frutto di una improvvisa scintilla di genio e che non serva, invece, uno studio, un progetto, che necessiti, questo sì, di confronto, di dialettica e di scontro con l’esistente, ma soprattutto di una distanza, di uno sguardo obliquo, necessariamente fuori dagli schemi consolidati.

Definire a grandi linee i campi d’intervento, pensare ad un bando per 50 o 100 start-up, selezionare i tutor all’interno (e all’esterno) della pubblica amministrazione e dopo un anno o due selezionare e finanziare o cofinanziare i 10 progetti migliori. Questa avrebbe potuto essere una strada un po’ più innovativa, un po’ meno sospettabile di cercare un modo per coprire, per un periodo disperatamente breve, i vuoti di organico che si sono aperti nelle istituzioni culturali pubbliche del nostro paese.

E un po’ più attenta all’innovazione, quella vera.

Maurizio Caminito


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Questa voce è stata pubblicata il dicembre 17, 2013 da in letture.
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