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RIVISTA DI CONSIDERAZIONI CULTURALI DIRETTE A PERSONE IN GRADO DI LEGGERLE

IL PONTE: UNA SERIE TV DEL GRANDE NORD

ponte Malmo Goteborg

La serie televisiva statunitense “The Bridge” che va in onda su Fox Crime ha una storia curiosa e intrigante. Intanto la serie originale è stata realizzata da una produzione dano-svedese con il titolo di “Bron”, che significa appunto ‘ponte’ ed è stata completamente prodotta da loro  sia per  l’aspetto finanziario che per quello creativo. Sia il cast tecnico che artistico comprende persone di nazionalità svedese e danese;  le riprese si sono svolte tra Malmö e Copenaghen, e gli attori durante il filmato parlano in entrambe le lingue. Si direbbe che abbiano riscosso lo stesso successo della serie “Wallander”, dove c’era un attore come Kenneth Branagh.

Il progetto nasce da un’idea di un autore svedese, Hans Rosenfeld, che l’ha scritto insieme a Måns Mårlin e Nikolai Scherfig. La serie, trasmessa nel 2011, ha avuto un grande successo ed è stata subito copiata con il titolo di “The Bridge”, come la precedente “The Killing”,  dagli americani, che amano rifarsi le serie a loro immagine e somiglianza, ma finora prediligevano imitare quelle inglesi con risultati a volte ridicoli, come per esempio in “Prime suspect” con una meravigliosa e grintosa Helen Mirren alle prese con il maschilismo dei poliziotti britannici, che diventa poi una giovane e belloccia palestrata in quello americano oppure la pallida imitazione dello straordinario “Life on Mars”.

Ovviamente il loro ‘ponte’ congiunge gli Stati Uniti con il Messico e quindi porta con sé una tematica tutta sociale riguardante il passaggio degli emigranti clandestini. Il ‘ponte’ dano-svedese che sta sul mare e che è necessario attraversare per andare dalla Danimarca alla Svezia, da Goteborg a Malmo, ha un suo fascino nordico, dove risalta la problematica politica e dove il pragmatico e pluridivorziato agente danese si trova alle prese con l’algida agente svedese, che ha la sindrome di ‘Asperger’, dal nome dello psichiatra che l’ha studiata e che l’ha differenziata  rispetto all’autismo perché non crea ritardi nello sviluppo cognitivo e nel linguaggio, ma compromette le interazioni sociali, con schemi di comportamento ripetitivi e interessi e attività assai ristrette.

La serie di “Bron” ha sedotto anche gli anglo-francesi che con il “Tunnel”,  ambientato sotto il mare, si svolge sullo sfondo di un’Europa in crisi e  tende a mettere in evidenza con metodi elaborati il fallimento morale della società odierna. Si spera che il ‘tunnel’ europeo sia meno ‘folklorico’ di quello americano.

Il delitto che dà origine a tutte le versioni della serie originale è un’idea eccezionale: la scoperta al confine preciso tra i due stati di un corpo composto da due metà di due diversi cadaveri. Tutte le indagini porteranno verso la scoperta di un serial killer assai motivato. Ovviamente la serie dano-svedese si attiene scientificamente ai caratteri dei personaggi e alla dinamica dei rapporti tra i due diversi agenti, mentre la serie americana s’incentra sulla focosità dell’agente messicano, compromesso con la malavita e sulla bellezza glaciale della poliziotta americana.  C’è da dire che, malgrado tutto, il poliziotto messicano, interpretato da un eccellente attore messicano,  Demián Bichir,  riscatta l’adattamento americano con una sua naturalezza  e credibile  umanità.

Stefania Fabri

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