AVVERTENZE PER GENI

RIVISTA DI CONSIDERAZIONI CULTURALI DIRETTE A PERSONE IN GRADO DI LEGGERLE

DALLA RIBELLIONE EROICA DEL CYBERPUNK ALLO SNARK ANTIPEDAGOGICO

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Per chi ha sempre avuto una forma di devozione per autori come William Gibson per arrivare fino a Dan Simmons, la tentazione di rileggere le analisi sulle potenzialità delle innovative culture del cyberpunk  e delle risorse creative della rete, elaborate da studiosi in gamba come Antonio Caronia[1] e Franco Carlini[2], è forte. La domanda è: dove siamo arrivati? I cosiddetti ‘nativi digitali’, preda di vecchioni che mirano a fare comunicazione e marketing a prezzi modici, fanno tenerezza. Postano messaggi ironici e intelligenti oppure semplici dichiarazioni di amore o di disgusto per eventi o prodotti culturali di massa. Si dichiarano l’un l’altro il ‘mi piace’, ma rimangono isolati ed esposti a continue manipolazioni.

Facebook è diventato soprattutto una forma di self –marketing dove ciascuno tenta di vendere se stesso o sponsorizzando prodotti o mostrando il meglio di sé o anche promuovendosi censore di qualcun altro. Il blog invece è la vetrina dei deliri mentali di ciascuno e su questo già Tiziano Scarpa nel 2003 ha tranciato il giudizio più feroce su Nazione indiana, definendoli “peggio di Liala”, individuando gli svagati adolescenziali, i mini-mini-minimalisti, quelli dediti al maledettismo di maniera, il gergale semi-impegnato.

È pur vero che Franco Carlini quando analizzò la famosa vignetta del cane seduto davanti al computer, comparsa nel 1993 sulla rivista The New Yorker che diceva all’altro cane “ su internet nessuno sa che sei un cane”, già ci metteva in guardia: “L’anonimato è in discussione: da un lato viene considerato una colpa e un’occasione di reati micidiali, dall’altro una barriera da rompere per arrivare all’utente vero e proprio e al suo profilo (di consumatore) e vendergli meglio ciò di cui abbisogna.[3]”. D’altra parte anche Caronia e Gallo dato che  non erano affatto ingenui,  pur se sedotti dalla nuova centralità del sapere pronosticata da Pierre Lévy, che avrebbe dovuto alimentare una dimensione emergente, una forza nuova emanata dall’intelligenza collettiva, riflettevano sul postmoderno così: “dovremo realisticamente accettare la condizione di indecidibilità a cui il sovraccarico informativo e la sovrastimolazione sensoriale ci condannano”[4].

Perciò ci dobbiamo rassegnare che dagli eroici e romantici Invernomuto e Neuromante siamo addivenuti al geniale quanto spregiudicato Zuckerberg, a cui pare però che i giovani preferiscano Assange.

Facebook da fantastica invenzione per socializzare sembra più orientata a divenire un notiziario spicciolo o piuttosto una forma di autocelebrazione continua, forse anche nella modalità del mettersi in causa. Invece che una qualche forma di intelligenza collettiva non si è sviluppata in realtà una sorta di entropia come grado massimo di incertezza del sistema? Cioè cosa è vero e cosa è falso di quello che viene dichiarato (anzi spesso urlato) nella comunicazione collettiva via internet? E che cosa c’è nel web nascosto? Il fiume vero è diventato sotterraneo?

Insomma parecchie risorse ci sfuggono e altrettante vengono registrate in segreto a fini politici, e anche se dobbiamo riconoscere che la mobilitazione democratica nei paesi a rischio viene assai facilitata dai sociale network, è altrettanto vero che la protezione dei dati è molto scarsa e nel migliore dei casi si viene inondati di pubblicità infiltrata. Ma la cosa più grave è il fenomeno del dileggio in rete, sottoprodotto squalificato di quella che doveva essere ‘la democrazia in rete’. Per non parlare della ‘giustizia in rete’, cioè invece di andare al commissariato si additano i crimini da punire.

Come hanno indicato Palfrey e Gasser [5] si è andato affermando  un linguaggio detto ‘snark’ in cui “prevalgono il sarcasmo, l’insinuazione, la malizia e spesso l’intenzione di ferire o sminuire l’interlocutore”. Se si pensa che  l’aggressività, la polemica, la maleducazione che invadono i messaggi di twitter e i commenti di facebook sono diventati anche un linguaggio politico per mobilitare gli insoddisfatti e i frustrati, si comprende la grande differenza tra le speranze covate dalla cultura  cyberpunk descritte da Caronia e Gallo e gli attuali risultati della rete. Il “trashing”[6] del primo underground tecnologico statunitense, citato da Caronia e Gallo, era un ‘rovistare nella spazzatura in cerca di cose utilizzabili’ per un uso liberatorio degli scarti delle corporation dell’informatica, ora è diventato molto più prosaicamente la ricerca di dettagli ‘trash’ per mettere in berlina qualche personaggio pubblico. Si sono appannate  atrocemente quelle pratiche di uso libertario e non convenzionale delle nuove tecnologie che l’underground cyberpunk aveva esaltato.

Esistono ancora qua e là delle sacche di ribellione cyberpunk, dalla macroscopica fuga di notizie  da parte di agenti ‘infedeli’ della CIA oppure in dimensione più letteraria nei fumetti di Zerocalcare, quando evoca la cosiddetta ‘fascia oraria delle Bermude’: “la fascia oraria delle Bermude è quell’arco di tempo tra le nove di sera e le due di notte in cui persone all’apparenza normali si siedono davanti al computer e in un battito di ciglia si accorgono che sono inspiegabilmente trascorse cinque ore, inghiottite in una fitta coltre di nebbia e oblio, che pregiudica consegne, esami, salute…” [7]. In quella mitica fascia oraria il nostro eroe si è perso dietro ai siti di repubblica.it, facebook, you tube, google finendo sul sito ufficiale della polizia esquimese… Questa è satira, ma quanto è lontano dalla realtà? Molto poco! Ci delocalizziamo e dilatiamo il nostro tempo in maniera parossistica ricercando al contempo notizie utili e curiosità prive di senso, derivate da improvvise e deleterie derive mentali. Secondo Henry Jenkins[8] le abilità per trarre opportunamente vantaggio dalla rete sono ben 11 e i ragazzi dovrebbero essere allenati molto presto a poterle usare: il gioco come forma di problem solving, la simulazione come abilità d’interpretare modelli dinamici, la performance come abilità di impersonare identità alternative, l’appropriazione come abilità di campionamento, il multitasking come abilità di prestare attenzione ai dettagli salienti, la conoscenza distribuita come abilità d’interagire con strumenti distribuiti, l’intelligenza collettiva, come abilità di mettere insieme le conoscenze, il giudizio per valutare l’affidabilità delle notizie, la navigazione transmedia per seguire un flusso di informazioni in più piattaforme, il networking come abilità di sintetizzare e disseminare informazioni, la negoziazione come abilità di confronto con differenti comunità.

Tutta questa pedagogia del web non sembra che sia stata praticata almeno non nel nostro paese e i guasti si cominciano a vedere in maniera vistosa. Si è pensato che fosse sufficiente ‘navigare’, senza mappe e orientamenti. Mentre non s’impone la figura del lettore digitale di e-book, il tempo della lettura del libro di carta viene divorato dallo stordimento della fascia delle bermuda…

 Stefania Fabri


[1] Cfr Antonio Caronia, Domenico Gallo, “Houdini e Faust. Breve storia del cyberpunk”, Milano, Baldini e Castoldi, 1997.

2 Franco Carlini “Internet, Pinocchio e il gendarme”, Manifesto libri, Roma, 1996

[3] Franco Carlini “Internet, Pinocchio e il gendarme”, Manifesto libri, Roma, 1996 p. 94.

[4] In Caronia, Gallo p. 176.

[5] John Palfrey, Urs Gasser, “Nati con la rete”, Milano, Rizzoli, 2009, p. 9

[6] Caronia, Gallo p. 78

[7] Zerocalcare, “Ogni maledetto lunedì su due”, Milano, Bao Publishing, 2013.

[8] Henry Jenkins, “cutlure partecipative e competenze digitali”, Milano, Guerini Studio, 2010, in particolare pp. 174-175

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